C’è stato un tempo, alla fine degli anni Novanta, in cui l’intero progetto Luther Blissett — il nome collettivo adottato da artisti, attivisti e scrittori del bolognese e forse di tutta Europa — veniva attribuito a un circolo segreto di semiologi dell’Università di Bologna, il cui capofila sarebbe stato, secondo un opuscolo anonimo, lo stesso Umberto Eco. Un’ipotesi ironica, certo, ma significativa: perché indicava nel pensiero strutturato, nella cultura accademica e nella semiotica italiana l’humus da cui si sarebbe originata una delle più radicali esperienze di scrittura collettiva dell’ultimo secolo.
Da quel nucleo prese forma il collettivo Wu Ming, che seppe fondere romanzo storico, critica politica e indagine documentaria in una narrazione plurivocale e densa, costruita a più mani, ma con una visione fortemente unitaria. La cura dei materiali, la riflessione sulla memoria e il rigore dell’intreccio tra fonti e invenzione rappresentano ancora oggi il tratto distintivo di quella scrittura condivisa, capace di rinnovare anche il romanzo storico come forma politica e archivio narrativo.
In una direzione diversa, ma con analoga profondità di approccio, si colloca il lavoro solitario e tenace di Caterina Maria Albana, autrice del libro I Gorgone. Storia di una famiglia messinese (1862–1962), pubblicato nel 2025 da Effigi. Se Wu Ming lavorava con i documenti storici attraverso un laboratorio collettivo, l’autrice — da sola, con la pazienza di una ricercatrice e la sensibilità di una narratrice — ha saputo costruire un racconto genealogico e autobiografico che si distingue per spessore critico, rigore filologico e densità letteraria.
Nel suo libro, le fonti non sono solo materiale d’archivio, ma memorie familiari, lettere, fotografie, quaderni scolastici e narrazioni orali, raccolti e ordinati nell’arco di decenni. Il risultato è un’opera che si muove sul crinale tra microstoria e letteratura della memoria, in cui il dato personale diventa chiave d’accesso a una dimensione più ampia, collettiva, storica. Una forma di scrittura “intellettualmente collettiva”, anche se firmata da una sola voce.
Caterina Maria Albana nasce a San Piero Patti, borgo incastonato nei rilievi verdi della Sicilia nord-orientale, dove l’identità si plasma tra la lentezza dei racconti familiari e l’eco lontana del mare. In questo paesaggio appartato ma ricco di stratificazioni storiche, si forma il suo sguardo attento, educato fin da giovane al valore della memoria e alla forza delle parole tramandate.
Negli anni Ottanta muove i primi passi nel giornalismo, collaborando come pubblicista al Giornale di Sicilia e curando l’ufficio stampa dell’Ordine degli Ingegneri di Palermo. Ma è in Toscana, dove si trasferisce negli anni Novanta, che la sua vocazione intellettuale trova piena espressione: attraverso l’insegnamento della storia e della filosofia nei licei grossetani, intreccia didattica, ricerca e impegno civile.
Studiosa appassionata delle dinamiche del Novecento, ha partecipato a numerosi progetti educativi europei dedicati alla memoria delle persecuzioni razziali e politiche. Ha anche realizzato filmati e testi sugli eccidi nazifascisti in Toscana e a Roma, e ha collaborato con istituzioni culturali come l’ISGREC (Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’età contemporanea) e l’Istituto Gramsci di Grosseto.
Nel 2017 ha curato per Effigi la pubblicazione postuma del libro Risveglio popolare (1944–1946). La rivoluzione repubblicana di San Piero Patti, scritto dal padre Giuseppe Albana. Quel lavoro editoriale ha rappresentato un primo, significativo momento di connessione tra la memoria familiare e la storia collettiva, che si è poi compiutamente sviluppato in questa sua recente opera interamente autografa, riguardante la famiglia Gorgone da cui discende sua madre.
Nel libro, frutto di sei anni di lavoro e di tre generazioni di racconti tramandati, l’autrice dà voce a una genealogia intima che si apre alla dimensione corale della storia. Non si tratta solo di una raccolta di memorie: I Gorgone è una narrazione stratificata, sedimentata negli archivi familiari e nell’oratoria affettiva trasmessa oralmente, che si fa documento e resistenza. La scrittura nasce da un evento familiare: la madre, ultima custode vivente di quelle storie, perde improvvisamente la memoria. Scrivere le storie dei Gorgone, allora, diventa per l’autrice un gesto di custodia, cura filiale e ricostruzione.
Albana, già impegnata sul terreno della memoria pubblica, compie dunque un passaggio ulteriore: non è più solo ricercatrice e storica, ma narratrice, mediatrice affettiva e intellettuale di un vissuto privato che si fa racconto condiviso.
Al centro del libro c’è la famiglia Gorgone, piccoli proprietari terrieri della borghesia colta di San Piero Patti. Figura cardine è il nonno, Salvatore Gorgone: emigrato in America nel 1913, arruolato nell’esercito statunitense durante la Grande Guerra, rientrato in patria per fondare una piccola impresa. Attorno a lui, una costellazione di presenze che le lapidi del cimitero non smentiscono tranne che per un fratello scomparso in Argentina: due sorelle entrate in convento, avi, figli e nipoti i cui diari, lettere e quaderni scolastici – custoditi come reliquie – affiorano nella narrazione, insieme a un ricco corredo fotografico e documentario.
La scrittura di Albana unisce rigore e delicatezza, coniugando il respiro della lunga durata alla precisione del dettaglio. Anche il paesaggio, con i quartieri storici di Tesoriero e Laberinto, diventa spazio parlante e testimone narrativo, narrando una Sicilia collinare, verde e inconsueta, lontana dagli stereotipi mediterranei che la dipingono assolata e desertica. In quel luogo ameno si sviluppano i fatti narrati.
Ne emerge un’opera che sfida ogni classificazione: non solo biografia familiare, non solo saggio storico, ma letteratura della memoria, in cui fonti e affetti si fondono in un flusso narrativo denso e coinvolgente. Il libro tenta – e riesce – a colmare le fratture tra la storia “minore” e quella ufficiale, tra l’intimità e il destino collettivo. In un passaggio si legge:
«Quello che accadde al futuro marito di Concettina non ci appare molto diverso da quanto deve essere accaduto alla stragrande maggioranza dei soldati italiani, o, almeno, a quelli che hanno avuto, come lui, la fortuna di tornare vivi a casa.» (pg. 186)
In un’epoca segnata dalla velocità e dall’oblio, I Gorgone è un invito alla lettura lenta e consapevole, una passeggiata negli album di famiglia privati che diventa, pagina dopo pagina, un atto civile. Perché ogni storia, se raccontata con autenticità, appartiene a tutti. E ogni memoria, anche la più fragile, è un modo per restare. Come ci ricorda l’autrice in un passaggio che riguarda l’accoglienza:
«Ogni generazione ha ricambiato come ha potuto la generosità delle generazioni precedenti…» (p. 87)
Tutti i lettori, oggi, possono sentirsi parte di questa onda di ritorno memoriale. Anche una Tindara, ragazza di San Piero «che accudisce la casa e fa compagnia», quando si accovaccia dietro l’uscio e inizia a singhiozzare perché si sente trascurata, trova “me”, per assonanza di nome e di sensibilità. Scrivere è questo: lanciare sassi verso il futuro. Non si sa chi sarà colpito, né a chi servirà davvero. Ma è il bisogno di lasciare tracce “per qualcuno” a dettare l’urgenza documentale e scritturale, senza lasciarsi intimidire da chi si discosta da tali riflessioni.
D’altronde, è vero che per tutti i migranti di passaggio nella storia «il rumore della passerella sotto i loro piedi, mentre salivano a bordo, avrà comunque suscitato una certa inquietudine. [Ma] i nostri avi avranno pensato che, per una nave che affonda, altre cento arrivano [comunque] a destinazione.» (p. 79)
Tìndara Rasi