Adulterio sammommeano con contorno di funghi trifolati

Il campanile della Pieve di San Matteo batte lentamente le cinque. Paesani e villeggianti, affratellati dal clima domenicale, si crogiolano nei loro letti assaporando la leggera brezza dell’alba che regala un po’ di refrigerio alle membra sudate.

Paolone, titolare dell’omonima autofficina nella zona industriale di Sant’Agostino, si è girato e rigirato tutta la notte fra le lenzuola, cercando inutilmente di prendere sonno. E come poteva riposare, con il pensiero che l’indomani avrebbe dovuto affrontare un’impresa tanto ardua?

Finalmente l’ora tanto attesa e temuta è arrivata. Dalla persiana socchiusa entra il primo chiarore del giorno. Paolone sa che deve alzarsi e lo fa quasi meccanicamente, come se una mano ignota lo avesse programmato fin dalla sera prima, quando al consueto tavolo del bar della piazza ha giocato la più difficile partita a scopone della sua vita.

Nel angusto bagno al primo piano si sciacqua la faccia e, guardandosi nello specchio, decide che non è il caso di farsi la barba perché si sente più virile con il pelo di qualche giorno.

«Per andare a funghi non importa essere sbarbati.» pensa fra sé e sé il più aitante meccanico di San Mommè e, mentre lo scroscio dello sciacquone rompe il silenzio circostante, si cambia la canottiera umida, indossa una camicia dal collo liso e un paio di jeans consumati ai ginocchi. Prima di uscire, fa in tempo a farsi un caffè, nella penombra della sua cucina da single impenitente.

«Speriamo che non mi veda nessuno… – si augura mentalmente mentre si allontana furtivamente dal centro del paese – Altrimenti il nostro piano si va a far fottere.»

Quando suona la campana delle cinque, Foffi è già sveglio. Ad essere sinceri non si è addormentato affatto. Dopo la consueta partita a canasta nella villa dei vicini, ha contato mentalmente, invece delle classiche pecore, tutte le pezze che la sua ditta esporta in Dubai, senza però riuscire ad assopirsi, mentre la Sandra – beata lei! – ha dormito tutta la notte, seminuda e abbracciata al cuscino.

«Il gran giorno è arrivato! – esclama Foffi appena in piedi – Non vedo l’ora di presentarmi in piazza, all’uscita della messa, in compagnia di un bel cesto di funghi. Mi immagino già le facce di Giorgio e di Gianmarco. Creperanno dall’invidia! L’importante è che nessuno mi veda insieme a Paolone. Devono credere che il merito sia tutto mio.»

E mentre si rade con cura, non può fare a meno di fischiettare dall’eccitazione. Non c’è che dire, è proprio un tipo in gamba lui! A Prato, fra gli imprenditori del tessile, non ce n’è uno che abbia un fatturato come il suo. Non per niente quest’anno ha comprato (intestandolo al suocero) anche uno yacht. Un cabinato di lusso che galleggia nel porto di Viareggio con la stessa supponenza con la quale lui scende nella piazza del paese in Lacoste e Tod’s. Peccato che la Sandra non condivida la sua passione per il lavoro! Proprio a lui doveva capitare una moglie così snob? In compenso è un gran bel pezzo di gnocca e recita a pennello la parte della moglie di rappresentanza. Con una così accanto, comprano anche i cinesi.

Un goccio di Dior (Fahrenheit per la precisione) e Foffi esce dalla villa con lo sguardo sicuro dell’uomo che non deve chiedere mai.

Paolone aspetta Foffi poco prima della stazione, seduto a cavalcioni di un muretto sul ciglio della strada. Quando lo vede arrivare, tutto azzimato e fresco come una rosa, non può fare a meno di prenderlo amichevolmente in giro: «Era l’ora! Credevo che tu non avessi sentito la sveglia. Guarda che c’è da camminare parecchio prima di arrivare in cima alla pettata che dico io. E poi, mi raccomando, buci, eh? Guai a dire dove si trovano i funghi! Porta male.»

«Non ti preoccupare, sarò muto come un gatto morto – replica Foffi con una risata spavalda – Nessuno deve sapere che tu mi insegni la covata. Se gira la voce che i funghi l’ha trovati un modesto meccanico di montagna, che figura ci fa il re del filato pratese? »

«Vai, vai, datti meno arie e cammina, sennò tu consumi tutto il fiato …» ribatte Paolone arrampicandosi lungo il pendio con l’agilità di un capriolo.

Foffi lo segue con passo malfermo, anche perché non si vuole rovinare le scarpe nuove. Finalmente, dopo una mezz’ora di cammino, seppure ansante e sudato, riesce a raggiungere il suo compagno che lo aspetta in cima alla salita.

«Visto che paesaggio? – fa Paolone, indicando il crinale del monte davanti a loro, già illuminato dal tiepido sole della mattina- Questa sì che è aria fina! Mica come quella che respirate voi pratesi, in mezzo a tutte quelle fabbriche.»

«Intanto se non ci fossero le nostre fabbriche a voi montanini chi ve li comprerebbe quei quattro muri scalcinati che vi sono rimasti in paese?»

«Già… – replica il meccanico un po’ adombrato– intanto nel mulino di Primo ci avete fatto i mini appartamenti e le stalle di Santino le avete affittate ai tedeschi. Questo, al circolo del PCI di Piteccio (quando c’era ancora) lo chiamavano sfruttamento coloniale.»

«Via Paolone, ora non tu ti metterai mica a ragionare di politica, eh? O non si dovevano cercare i funghi?»

«Sì, pensiamo ai funghi che è meglio.» E Paolone, svelto come una lepre, si inoltra nel bosco di faggi. Foffi gli va dietro, stando attento a non rovinarsi i pantaloni con i pruni sempre più intricati che ingombrano il passaggio.

«Aspettami, non lo vedi che qui non si passa per via degli sterpi?» grida al compagno che si è già infilato nel folto del bosco.

«Dai, qui non siamo mica al circolo del golf di Galciana, stai attento a dove metti i piedi!»

Paolone non ha ancora finito la frase che Foffi incespica in un tronco spezzato che ingombra il sentiero al di là del quale si apre un profondo dirupo. Un dirupo che solo a guardarlo fa venire le vertigini. È questione di un attimo. Paolone torna sui suoi passi, si avvicina al compagno che gli porge la mano ma… invece di sollevarlo da terra, lo spinge con violenza nel burrone.

Foffi non fa nemmeno in tempo a gridare che è già in fondo. Sfracellato in mezzo ai rovi, mentre un falco si leva in alto lassù, al di sopra della cima del monte, disegnando un ampio cerchio nel tenue azzurro del cielo.

È già notte quando Paolone entra furtivamente nel giardino della villa di Foffi e della Sandra.

La padrona di casa gli ha lasciato la porta della cucina socchiusa e lui può entrare tranquillamente da dietro, senza che nessun occhio indiscreto lo veda.

«Che odorino!– mormora estasiato il meccanico – Non credevo che le signore dell’alta società sapessero far da mangiare così bene.»

«Se fossi in te, prima di esprimere un giudizio sulle mie doti di cuoca, aspetterei di aver mangiato.» risponde lei con un sorrisetto malizioso.

«Se tu sei brava in cucina come a letto, giuro che pianto tutto e vengo a stare da te a Prato. Visto che hai due macchine, tu avrai anche bisogno di un meccanico, no?» E qui Paolone si lascia andare a una risata un tantino triviale. Una di quelle risate che non sono molto apprezzate negli ambienti che frequenta abitualmente la moglie di Foffi.

In salotto, il tavolo è apparecchiato per due, con una tovaglia rosa , i calici di cristallo e una marea di sciccherie che il meccanico sammommeano non ha mai visto nemmeno al cinema. La Sandra ha voluto strafare e ha acceso anche un lumino viola che galleggia nell’acqua di un piatto di fine porcellana. Paolone è visibilmente ammirato da tutto quel lusso e nasconde la soggezione dietro un atteggiamento scanzonato. Una donna così lui non l’ha mai avuta. Gli sembra proprio di trovarsi nel bel mezzo di una fiction televisiva. Solo che lui non si chiama Ridge o Jack o Frank. Ma, nonostante ciò, sa perfettamente che ha le sue belle carte da giocare. Non per niente, in paese, lo chiamano Sciupaspose fin dalla verde età di dodici anni, quando sedusse la sua prima vittima: la supplente di ginnastica.

«Dai, mettiamoci a tavola, altrimenti il risotto scuoce. Stappa lo Champagne, per favore.»

«Ah, Gosset!– esclama lui, deducendo dall’etichetta (che sembra uno stemma di famiglia) che si tratta di roba sopraffina.

Alla fine del pranzo, Paolone avverte una beatitudine strana: «Questi funghi erano mondiali! Peccato che tu non li abbia neanche assaggiati! – esclama, cingendo con un braccio il collo di cigno della Sandra.

Lei lo guarda con un’espressione di sottile compatimento e poi osserva serafica: «Ci credo, li ho cucinati con tanto amore! Li ho soffritti con un paio di cucchiai d’olio, una noce di burro e uno spicchio d’aglio e, alla fine, ci ho messo anche una bella manciata di prezzemolo fresco.»

La Sandra sorride con quei suoi denti bianchi che a Paolone fanno venire in mente le mandorle dell’orto della nonna Rina. E che dire di quelle due tette che si intravedono dallo scollo del prendisole di lino? Intanto lei continua a guardarlo con l’occhio seduttivo: «Quando ho trovato i funghi sulla soglia della porta di cucina, ti confesso che ho sentito un gran sollievo. Avevo desiderato tanto questo momento ma temevo di provare qualche senso di colpa. Invece, ti dirò, non sono mai stata così serena. Prima che trovino il povero Foffì, passerà un bel po’ di tempo e noi due avremo modo di organizzare il nostro futuro. Sì, devo proprio ammettere che sto decisamente bene.»

«E tu vedrai che fra pochino tu starai anche meglio!» soggiunge lui con lo sguardo da triglia in calore.

La Sandra lo guarda con indulgenza, si alza languidamente da tavola e, presolo per mano, lo guida verso il piano di sopra.

A notte fonda, mentre Paolone rincasa sazio di funghi e d’amore, ripensa con un misto di soddisfazione e di incredulità alla giornata appena trascorsa. Possibile che una volta tanto nella vita abbia avuto il coraggio di portare a termine un progetto? E che progetto! Quasi quasi non ci crede. E la Sandra… Che donna, la Sandra! O meglio… che Diavola!

Il vicolino del paese che porta a casa sua è deserto. Un piacevole venticello allevia il calore e in mezzo ai tetti uno spicchio di luna ammicca complice verso di lui. Paolone è così eccitato che avverte una fitta al basso ventre.

«È sicuramente uno strizzone di soddisfazione.» pensa fra sé e sé, rievocando le fasi del suo incontro galante. Ma subito dopo, mentre infila la chiave nel portone, una seconda fitta lo lascia senza fiato. E mentre sale le scale, il dolore al ventre aumenta sempre di più, accompagnato da un senso di nausea che non ha mai provato. «Accid… !»mormora il più aitante meccanico della montagna pistoiese. Ma non fa in tempo a finire l’imprecazione perché cade a terra, esanime, sull’uscio di camera.

La campana della Pieve di S. Matteo batte lentamente le cinque. Avvolta nelle lenzuola ricamate, la Sandra apre gli occhi e contempla pigramente il chiarore del giorno che si infiltra nella stanza attraverso le persiane chiuse.

«Finalmente libera! – sussurra con evidente soddisfazione – In un colpo solo mi sono liberata di un marito e di un amante. Se lo raccontassi alla Alison e alla Maria Giovanna, sono sicura che non mi crederebbero. E, invece, è tutto meravigliosamente vero! Liberarsi di Foffi è stato facile. Non ne potevo più della sua fabbrica e dei suoi cenci! Credo proprio che venderò tutto ai cinesi. In quanto a quel bischeraccio di Paolone, mi dispiace che ci abbia creduto. Ma, in fondo, almeno per qualche ora, è stato bene e ha potuto godere di un po’ di erotismo interclassista.»

Visto che è presto e che ha tutta la vita davanti, la Sandra abbraccia sorridendo il cuscino e si rimette a dormire, mentre in lontananza un galletto tardivo lancia il suo trionfale Chicchirichì.

Funghi trifolati secondo la ricetta (naturalmente snob) della Sandra
Dopo aver rosolato uno spicchio d’aglio e un rametto di nipitella (Foffi preferiva il prezzemolo ma ora non ha più voce in capitolo), aggiungete i funghi a pezzetti e fateli rosolare. Vanno fatti cuocere, all’inizio a fuoco vivace (proprio come la nostra raffinatissima cuoca ha fatto con Paolone), poi, quando hanno fatto la loro acqua, vanno coperti con il tegame, avendo cura di girarli ogni tanto. Fateli cuocere nel loro brodo naturale a fuoco lento e, ve volete, aggiungete pure del vino bianco (non importa affogarli nel Gosset, come fa quell’esagerata della Sandra). Alla fine salateli e serviteli alla vostra… vittima. Naturalmente assicuratevi di non aver raccolto l’Amanita phalloides. A meno che non vi vogliate liberare di un marito troppo venale o di un amante un tantino ruspante.

 

Laura Vignali

Tratto dal libro Il delitto vien mangiando

 

Commenti

11 commenti a “Adulterio sammommeano con contorno di funghi trifolati”


  1. Laura ha detto:

    Molto divertente e ben scritto. Col tuo solito acume e la brillante ironia.

  2. Sandra ha detto:

    Un racconto intrigante e, apparentemente,leggero. È stato il raggio di sole in una giornata uggiosa, era esattamente quello che mi ci voleva!

  3. Carla ha detto:

    Sei impagabile. Riesci a farmi divertire leggendo le tue storie gialle, e un complimento alla scrittrice perché scrivi proprio bene. Un abbraccio e continua…

  4. Marisa Mangoni ha detto:

    Cara Laura,
    grazie del tuo racconto, l’ho letto volentieri e gustato fino all’ ultima parola.
    Con pochi tocchi sai creare un mondo!

  5. Laura Vignali ha detto:

    Grazie di leggermi. Mi fate compagnia, come una volta a veglia

Lascia un commento