Nel paese tra le campagne che ora abito, ascolto la voce delle cose.
Finanche le pietre raccontano.
La poiana sopra la mia testa, pure.
In questo luogo, le mani, ingaggiate al lavoro, operano da sole; hanno imparato a saggiare le piante, le erbe e i fiori.
Trattano legna e attrezzi.
Intrecciano fili di vimini per cesti e mettono sassi in cerchio per ospitare i folletti nel bosco accanto.
Di loro, sono fiero.
Per me, riadopero tessuti riciclati fatti a mano o recuperati sui banchi del mercato oltre lo spreco.
Ho arredato la casa con le robe trovate in discarica che tornano a respirare e sul tavolo c’è sempre un bicchiere in più per chi bussa alla porta.
Mi nutro del poco che coltivo e che trovo sugli alberi o tra i rovi.
E con le monete del poco lavoro a salario, spendo allo spaccio quello che non so fare da me.
Con i vicini scambio volentieri l’amicizia con un cacio invecchiato, un buon vino dall’animo nobile e con due accordi di chitarra strimpellando canzoni sempre vive: compagne di viaggi e di ricordi.
Nella poca acqua rimasta lungo il ruscello vado a spruzzarmi nelle giornate calde.
Raccolgo quella della pioggia dentro vasche da bagno lasciate all’aria e che hanno accolto il piede inzuppato a fango come quello liscio pronto all’amore.
Di notte accendo fuochi per scaldare bivacchi notturni in attesa che qualcuno si avvicini per farmi compagnia anche se forniti di quattro zampe spelacchiate.
Quando la luna è piena cammino al contrario e quando si spegne, spiombo a terra per mirare le stelle in cielo.
E ancora mi sorprendo, nonostante l’età, a evocare desideri seguendo la scia del loro precipizio improvviso.
In alcuni giorni parto e vado fin dove mi portano i piedi.
Mi adagio dove capita e accolgo inviti inaspettati per condividere la tavola, le chiacchiere e curare la sapienza.
Nel congedo, lascio un omaggio e ritorno a casa seguendo un altro itinerario.
Ho tutto il tempo.
Bene prezioso, l’unico, stretto dentro il palmo schiuso.
Altro non serve: è tutto quello che ho.
Stefano Lucarelli
In questo testo mi ha colpito il lavoro delle mani. Mani che saggiano le piante, intrecciano fili di vimini. Così come le mani accarezzano, si sporcano di cenere. Mani che si muovono nell’aria e seguono le parole, come se cercassero un’incarnazione prima ancora del senso. Dentro questo gesto si intravede una postura quasi neo-francescana, mai dichiarata, ma presente.
Grazie per il suo commento, interessante e puntuale. Non so se lei è lo scrittore Fabio Cavallari, sarebbe piacevole saperlo.. Mi colpisce che nel mio testo abbia intravisto il movimento delle cose: dalle mani a tutto il resto. E’ quello che cerco di fare quando scrivo, quello che mi interessa come autore e come narratore. Ancora più intrigante il concetto di “postura francescana”. di nuovo, grazie