Una poesia di Emilio Ferro

Una vecchia poesia che l’autore ha scritto prima del 2007 quando venne colpito da una grave emorragia cerebrale alla quale seguirono anni di riabilitazione.
Nato a Tunisi nel 1956 da famiglia italiana di origine siciliana, costretta lasciare la Tunisia per rimpatriare in Italia. Da lì un lungo pellegrinaggio lungo la penisola che lo condurrà in Liguria nel 1966. Consegue il diploma in ragioneria nel Principato di Monaco, continuando a coltivare la passione per la pittura, la musica e la letteratura, nella fattispecie la poesia che egli predilige.
Nel 2013 la casa editrice Pagine inserisce sette sue composizioni in un’antologia della poesia contemporanea, presentata al Salone del Libro di Torino. In seguito, viene pubblicata la sua raccolta di poesie “Il tempo dopo il tempo”. Seguiranno le raccolte “Il tempo, lo spazio, il silenzio” (2015), “Anche l’acciaio, in fondo, è un metallo morbido”, “La fenice inattesa – il risveglio poetico”, “Felicità – la serenità è il suo presupposto” ed infine “La Serenità – presupposto della felicità”.
Per Effigi ha scritto l’autobiografia “La capra sul balcone” nel 2018.

 

Ho il fuoco sacro della poesia,
e non c’è ostacolo o scoglio
che riesca a sviarmi o mi porti via,
cammino per le strade e le piazze
a volte, posso sembrarvi un po’ perso,
ma la mia mente vola e libra leggera,
immersa totalmente in un nuovo verso,
nel suo impalpabile e lieve universo,
mio smisurato mondo: infinito,
dove guerre e crudeltà sono bandite
ove il sogno è realtà, e la realtà un miraggio,
colmo di dolore e spietatezza, e dove è negata
l’infanzia e la giovinezza, il male è padrone
assoluto, deruba i sogni e le speranze,
illusioni d’una vita migliore, sotto piogge di bombe
più o meno “intelligenti”, intelligenza d’un demonio,
che distrugge la vita in ogni sua parvenza,
le feste d’un matrimonio, rito nuziale con Satana
corpi spazzati via come fuscelli
in nome di un Dio cieco e sordo,
in nome di un Dio sordo e cieco.
In tutta questa assurda situazione,
la mia mente cerca, testardamente, poesia,
oscilla, vacilla, riprende la rotta e l’ispirazione:
la poesia non salverà il mondo; ma l’umanità,
il suo stato d’animo più profondo, ineguagliabile,
brucerà e risorgerà in un fuoco sacro,
Fuoco sacro che la monderà.
M’immergerò in un mare d’emozioni
tra onde di perifrasi di sinonimi
flussi di sentimenti fragili come cristalli
dove i pesci son parole, espressioni di gioia
o di dolore, frasi d’amore o di stupore
ove il mondo è meraviglia, nuvola di zucchero
e di vaniglia, dove splende la mia sensibilità
dove sfavilla la mia fragilità,
che di salute son cagionevole, ma la mia forza
è nella poesia, mia compagna e amica
mio riferimento costante, mio solido picchetto
che mi sorregge sulla parete impervia della vita,
sulla quale m’innalzo con i miei versi,
punti di riferimento nelle costellazioni dei cuori
di chi come me soffre i patimenti
di un corpo fragile che t’inganna, ti conduce
sui binari della sofferenza, in stanze disadorne
d’ospedali dove la noia fa da padrona
e le notti ed i giorni, si susseguono uguali
i minuti sono ore, e le ore sono anni,
dove scorre la tua vita appesa ad un filo
filo di seta fragile e sottile, filo di speranza
di volerne uscirne vivo.
Ho trascorso gran parte della vita
in ospedale, un filo rosso continuo ed intrecciato,
che ha rafforzato la mia sensibilità
costruito una rude corazza sulla mia emotività:
Ho il fuoco sacro della poesia

Commenti

1 commento a “Una poesia di Emilio Ferro”


  1. Emilio Ferro ha detto:

    Grazie mille per aver pubblicato questa vecchia mia poesia

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