La Cassa Rurale di Monticello Amiata

Andrea Giuntini, già docente di Storia economica Università di Modena e Reggio Emilia

Simone Fagioli, La Cassa Rurale Cattolica di Prestiti e Risparmio di Monticello Amiata (Grosseto). Un caso nazionale di speculazione industriale e crisi del credito cattolico (1910-1947), con una postfazione di Monika Poettinger, Arcidosso, Effigi, 2025.

Sappiamo bene come la Toscana sia uno scrigno di bellezze e di luoghi, spesso anche piccoli, che racchiudono tesori inaspettati.

Monticello Amiata probabilmente non lo conoscono in molti e il libro di Simone Fagioli, anzi i libri – quello sulla Cassa del quale qui tratto, e quello con Sherlock Holmes – ci fa venire la voglia di andarlo a visitare.

Questo borgo altomedievale a mezza strada tra il Monte Amiata e la valle dell’Ombrone, dunque siamo nella parte meridionale della Toscana nella provincia di Grosseto, è teatro di una storia molto interessante narrata magistralmente dall’autore, in cui si incrociano finanza locale, comunità, speculazione e fascismo. Quella della Cassa Rurale Cattolica di Prestiti e Risparmio di Monticello Amiata, banca di dimensioni ridotte ma non per questo incapace di costituire un caso di studio da approfondire, è una vicenda per alcuni versi paradigmatica rispetto al ruolo e al destino dei piccoli istituti di credito e per altri anomala per gli intrecci con un’attività di sfruttamento minerario e al tempo stesso con il regime mussoliniano.

La Cassa ebbe vita breve: nata nel 1910, solo trentasette anni dopo, dunque già in epoca repubblicana, verrà perfezionato il processo di liquidazione avviato addirittura nel 1933 e rafforzato sei anni più tardi con la liquidazione coatta decisa con decreto del capo del governo. Fagioli è un conoscitore di archivi, come ha dimostrato anche in lavori precedenti, e per la sua ricerca ha scandagliato con polso fermo il materiale conservato dall’Archivio Storico della Banca d’Italia, fonte indubbiamente preziosa per gli studiosi di storia bancaria, integrandolo con altre fonti su base locale, cui gli studiosi seri assegnano correttamente la massima rilevanza, come fa anche Fagioli in questa circostanza.

Il progetto della Cassa si inserisce pienamente in una storia di primo piano delle vicende bancarie del nostro paese tra Ottocento e Novecento. Fa parte cioè di quella commistione tra Chiesa cattolica e finanza rappresentata dal fiorire di casse rurali cattoliche concepite al servizio prevalentemente di figure minori come mezzadri, pigionali e piccoli proprietari terrieri, cui la presenza concreta di sacerdoti, come nel caso di Monticello, fornisce specialmente nei casi frequenti di congiunture agricole sfavorevoli una solida garanzia, che poi invece nel nostro caso non si rivelerà tale. Figlia del paternalismo ottocentesco, questa configurazione bancaria riscosse successo, meno in Toscana che in altre regioni, e fondò un modello anche morale all’interno del sistema bancario: nel 1926 banche di questo tipo costituivano il 58% degli istituti di credito italiani.

L’istituto di credito del piccolo borgo amiatino visse il primo decennio di vita in una condizione complessiva che Fagioli giudica positivamente. Dotata di una corposa base di soci, limitandosi alla funzione di salvadanaio locale colse sostanzialmente gli obiettivi, con i quali era nata, nonostante le inevitabili turbolenze dovute alla Grande Guerra. Le cose cambiano in peggio quando, a metà degli anni Venti, pende corpo un progetto di sviluppo industriale sconosciuto agli scopi statutari. Investendo nella Società Italiana Miniere di Manganese dell’Aquilaia, località a poca distanza da Monticello dove venne impiantata un’attività di sfruttamento del manganese essenziale nella produzione dell’acciaio. A far affondare la società, i cui proprietari erano legati all’Ilva dai primi anni Venti controllata da banche di alto livello come la Commerciale e il Credito Italiano, fu l’idea di costruire una teleferica di tre chilometri e mezzo per il trasporto del materiale a Monticello, da dove sarebbe stato trasportato alla stazione ferroviaria di Sant’Angelo-Cinigiano per istradarlo poi verso Siena e Grosseto. Incapace di saldare il conto dell’installazione della teleferica, la società si rivolgeva alla Cassa di Monticello, determinandone la progressiva caduta. Sul fatto che si trattasse di un’operazione dettata più da fini speculativi che produttivi, l’autore del volume sembra non avere dubbi: la concessione di sfruttamento dell’Aquilaia non aveva futuro in quanto improduttiva e in via di esaurimento, cosa che un personaggio navigato come Guido Donegani, interpellato come possibile acquirente aveva ben capito, rifiutandosi di salvare dal fallimento l’intrapresa, la cui sorte finì per mettere in ginocchio l’economia di un vasto territorio producendo gravi perdite. Fagioli poi, con fiuto degno di uno Sherlock Holmes da archivio, mette in luce anche il comportamento truffaldino dei gerarchi fascisti che fingendo un contributo all’Associazione Cooperativa Artigiana si intascarono una cospicua tangente. Il libro, arricchito da una lunga postfazione di Monika Poettinger studiosa che dimostra di saper maneggiare la materia con disinvoltura, può essere letto come un prisma, che riflette luce su più aspetti di quello spicchio di storia toscana e italiana. In questo senso va considerato un contributo utile, un sapiente scavo dove non ci si aspetterebbe di trovare indicazioni particolarmente intriganti e che invece ci apre ad una pluralità di scoperte e considerazioni indiscutibilmente di valore.

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