Il sole sanguina

In memoria di Johann Lerchenwald

di Lodovica San Guedoro

Ero una maga, un’abilissima maga, per tutta la vita lo sono stata.
E sono stata ammirata e anche venerata per questo.
La mia condizione era invidiabile. La mia persona, la mia casa, le mie opere, tutte lo erano. Mio marito, un grande scrittore, un uomo gentilissimo e geniale, mi adorava e mi venerava costantemente.

Ma ora è così lontano tutto questo!
La mente stanca, il cuore martoriato, l’angoscia che si corica e si sveglia con me e inquina ogni cosa, l’acqua che bevo, il pane che mangio, il fiore che vedo. No, non sono più la stessa. Il mio essere si è decomposto e si è ricomposto in altro modo.
Sono caduta, ruzzolata definitivamente nelle bassure dell’esistenza, nella non-esistenza.
Per non soccombere al male che mi assedia, al male intorno a me, al male sopra di me, sotto di me, dentro di me, darei tutto. Non so se mi si possa capire. Non so se capiate la forza della disperazione contenuta in quell’ordinario darei tutto. Ma non ho più niente.

Ma non c’è altro modo. Ho passato in rassegna tutte la possibilità. Ne è rimasta in piedi solo una. Potrei osare solo quella.
Forse devo proprio osare l’impossibile, l’assurdo, l’insensato, gettarmi nell’abisso dell’ignoto, fare un salto nel buio. E forse può ancora riuscirmi. Riuscirmi la magia. Proprio perché una magia. L’irrazionale, che sfugge alle leggi fisiche.
Devo, anche se non posso.
Devo scrivere. Anche se sono paralizzata. Anche se non so più come si tenga la penna fra le dita e in quale verso si vada scrivendo.
Questa sarebbe forse l’unica maniera per salvarmi.

La formula era… era sempre la stessa, non dovrei averla dimenticata.
Il sentimento andava mescolato, se non sbaglio, col pensiero, la vita con la filosofia, l’attimo con l’eterno, il passato col presente e col futuro.
Mi riusciva d’istinto, sempre a occhi chiusi, come sonnambulismo. In un solo atto, un solo gesto. Che forza sublime mi possedeva.
Ma ora sono svuotata, sfibrata, le ossa rotte, il cuore pesto. Come pensare di riuscirci?!
Ma ora ora… posso ancora tenere nelle mie mani il filo? Il filo che collega la mia mente e il mio cuore all’inconscio? Il filo che collega la mia mente a me stessa?
Per tanto tempo le mie notti sono state senza sogni…
Poi sono venuti, ed erano scuri, imbevuti di una luce crepuscolare…
Infine sono tornati pieni di luce…
Non ricordo quando.
Che significato ha questo?
Le mie nozioni sono imprecise, la mia cognizione del tempo è confusa, è morto mio marito.
Un anno e nove mesi fa.
Era il minimo scotto da pagare alla morte della mia metà, più preciso sarebbe dire di me stessa tutta.

Ero entrata in agonia prima e prima che morisse. Io io un giorno ho cominciato a lottare contro la morte, come stessi per morire io. E qualcuno mi beffò per questo. Un’infermiera che voleva costringermi a visitare mio marito, quando io stessa sarei stata da seppellire, dopo i traumi, gli shock, il dolore, le speranze disperate che avevano affollato la mia vita per due anni, che avevano fatto tumulto nelle mie giornate e nelle mie notti irriconoscibili. Non fu l’unica a farmi la morale, a pretendere l’impossibile da me, a tentare di farmi sentire cattiva e ingrata…

Quanto amore ci avvolse invece fino alla fine.
Lui, il mio tesoro adorato, quando sua cugina, venuta da Vienna, fece accenno a me che non andavo a trovarlo, disse, semplicemente: „Non ce la fa“. E piangeva intanto.
Lui solo conosceva la profondità e l’intensità della mia capacità di soffrire. Tutta la vita aveva cercato di contrastare questa mia capacità.
E forse era proprio di questo che si era ammalato. Non riuscendo a placare questa potenza oscura insediata nella nostra vita.

Vedo sempre di nuovo il suo bel viso bagnato di lacrime, che allora non vidi, e ogni volta mi sento turbare l’anima da un indicibile, soave empito di dolcezza e di doloroso, ah, quanto doloroso, rimpianto.
Quel suo viso rigato di lacrime era una visione così nota. Quante volte l’avevo visto velato e reso fragile e indicibilmente puro e soave dalle lacrime.

Aveva diciannove anni e io venti…
A Roma…
Un ragazzo dai lunghi capelli biondi, dalle membra musicali e il volto incantevole di bellezza fisica e spirituale.
Un ragazzo profondo, profondo, profondo. Come il cielo.
Spiritualità, sentimento e pensiero.
Una ragazza dai lunghi capelli castani, rigogliosa di poesia, superba, determinata come un uomo.
Una ragazza profonda, profonda, profonda. Come l’oceano.

Divenne subito un’alleanza eroica. Non poteva essere altrimenti.
In due contro il mondo.
In due al di sopra.

Quanti draghi trafitti, quante vie percorse, quante vie smarrite e ritrovate, balzi nell’ignoto, vittorie, trionfi, cadute, lacrime, sorrisi, risa, baci, carezze, quanta gioia, quanto oblio e quanto dolore condivisi.
Le nostre anime erano affini, opposte e, in definitiva, un’anima sola. Per questo ci amavamo così. L’uno era prezioso all’altro, per questo. Era insostituibile, per questo.

E ora il mondo mi fa sempre più paura.
La gentilezza se ne è andata, quando se ne è andato lui, riposa con la sua cenere in un’urna. Dalle parti di Vienna.

 

Lodovica San Guedoro scrittrice, drammaturga ed esteta, è l’autrice più ombrosa della letteratura italiana contemporanea, inattuale per elezione, affascinante come un personaggio letterario, passionale, idealista, intransigente, credente. Cofondatrice, inoltre, con Johann Lerchenwald di Felix Krull Editore, una casa editrice fieramente definita senza pari, con sede a Monaco di Baviera. Una delle sue imprese è stata farsi proporre sei volte per il Premio Strega. Tra i suoi libri: Requiem di Arlecchino, L’ultima estate di Teresa Tellez e S’io fossi foco, sulla cui copertina compare un globo terrestre avvolto dalle fiamme.

Commenti

1 commento a “Il sole sanguina”


  1. Angelo Airò Farulla ha detto:

    https://libertariam.blogspot.com/?m=1

    Francesca Mezzadri. Commento al racconto di Lodovica San Guedoro

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