Il Nobel è una promessa

Avevo ventitré anni e l’arroganza luminosa di chi crede che il tempo sia una linea dritta. Era il giugno del 1990. Lei era più grande, di qualche anno. Non molti, ma abbastanza per pesare, per gli altri, eppure mi piaceva, mi piaceva davvero. Se eravamo fidanzati? Che cosa vuol dire, in fondo? Erano altri tempi e le etichette rigide non ci servivano per sapere che volevamo stare esattamente dove eravamo.

Eravamo in auto, mentre l’asfalto della Firenze-Siena tremava nell’afa. Scivolavamo verso sud, diretti a Principina a Mare. L’aria calda dell’abitacolo si mescolava al vento dei finestrini aperti e all’odore di resina e polvere della Maremma che ci veniva incontro. Facevamo i giornalisti, tutti e due. Condividevamo la frenesia delle redazioni e quella fame di raccontare il mondo; io, però, come quasi tutti i giovani a quell’età, non mi accontentavo della cronaca. Scribacchiavo storie, buttavo giù poesie, certo che la letteratura fosse una magia a portata di mano.

Non c’erano taccuini, su quelle ginocchia, quel giorno, né gesti solenni. Solo il rombo del motore e la spensieratezza di una fuga verso il mare.

«Nel 2000 vinco il Nobel per la letteratura», le dissi, senza staccare gli occhi dalla linea della superstrada.

Lei si voltò a guardarmi. Abbozzò un mezzo sorriso, con la complicità divertita e un po’ indulgente di chi sa assecondare le spacconate di un ragazzo, e ribatté: «Affare fatto. Ma l’intervista esclusiva spetta a me». Fu un patto siglato a cento all’ora, a voce, sciolto nel vento di quell’inizio d’estate.

Il decennio poi scivolò via, cambiando pelle a entrambi. Io avrei poi scoperto che la scrittura non era fatta di slanci giovanili, ma di scavo, di fatica sui documenti e di ombre. Lei continuò a inseguire la realtà.

Nel 1999, se ne andò. Lo fece in silenzio, prima che il millennio potesse girare la sua ultima pagina, lasciandomi un anno Duemila improvvisamente vuoto, privato di quel traguardo assurdo e della donna che lo avrebbe dovuto certificare.

Da quel 1999, lei si è allontanata piano piano. La memoria è una marea che si ritira implacabile: i contorni del suo viso sbiadiscono, il tono esatto della sua voce sfugge, i dettagli di quel viaggio verso la Maremma si opacizzano. Ho imparato, con gli anni, che il dolore fa così: allenta i ricordi, li consuma piano, li fa sbiadire, perché chi resta possa continuare a vivere. Il suo fantasma si è fatto leggero, quasi impercettibile per gran parte dell’anno.

Ma c’è una fessura, un rito involontario che il tempo non riesce a chiudere.

Ogni anno, puntualmente, all’inizio di ottobre, quando i giornali ricominciano a fare i nomi per Stoccolma e l’Accademia Svedese annuncia il vincitore del Nobel per la Letteratura, lei torna. Riappare per un istante nitidissima, riportando con sé i suoi anni, l’odore dei pini di Principina e l’aria calda del 1990. Si siede accanto a me nel buio e aspetta in silenzio la sua intervista esclusiva. E io, ogni autunno, le chiedo scusa per il ritardo e le prometto che l’anno prossimo, di sicuro, toccherà a noi.

[Questo racconto è una storia vera. “Lei” era Lucia Prioreschi (1956–1999), giornalista.]

Simone Fagioli

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