La guardia di Montepinzutolo

L’abbraccio tra Cecco e il vecchio fabbro sapeva ancora di salmastro del cammino e fumo di legna secca, quando il bronzo di San Michele prese a battere a martello. Non rintocchi lenti d’orazione, ma colpi rotti, concitati, di quelli che svuotano le aie e fanno sprangare gli usci a doppia stanga. Dalle viuzze acciottolate salì un vociare d’ansia. Cecco ritrovò nei muscoli la memoria delle vecchie ferite prima ancora che nei pensieri; corse fuori dalla bottega con la mano al fianco, cercando d’istinto l’elsa che per mesi aveva lasciato a riposo nella tela cerata. Davanti al banco della beccaria, Teobaldo Tagliacarne era già in mezzo alla via. Aveva il grembiule di cuoio pesto di strutto e sangue rappreso, e nella destra bilanciava la mannaia da spacco con la naturalezza di chi ne conosce il peso al grammo. Poco più indietro, Fiammetta sospingeva donne e fanciulli verso l’arco superiore della rocca, asciutta nei gesti, gli occhi fermi a tagliare la polvere del vicolo. Dalla salita delle balze arrivò un ragazzo scalzo, con la gola secca e i ginocchi sbucciati: «I maremmani!» gridò, piegandosi sulle cosce. «Vengono su dalla forra del fosso… una ventina d’uomini a piedi, coi ferri corti e le picche da cinghiale. Vogliono le bestie e l’ammasso del grano!» Nel borgo cadde quel silenzio crudo che precede le grandinate, rotto solo da qualche avemaria strozzata dietro le persiane accostate. Cecco e Teobaldo si trovarono a due passi l’uno dall’altro. Non s’erano mai detti parola prima d’allora: uno tornava da Santiago col bordone e la conchiglia appuntata sul petto a espiare chissà quale colpa di ventura; l’altro s’era trincerato tra quelle case cinque anni prima, lasciandosi alle spalle il mestiere delle armi per quello dei ceppi da carne. Ma bastò guardarsi nei piedi fermi per intendersi. Entrambi conoscevano la puzza della carogna e il rumore che fa il ferro quando incontra l’osso. «Beccaio,» disse Cecco, slacciando la cinghia di cuoio che teneva legata la spada di linea. «Sai ancora tenere la misura con qualcosa che cammina su due gambe?» Teobaldo strinse le labbra in una grinza dura. Mosse il polso: la lama da spacco fischiò corta nell’aria. «La carne cede sempre nello stesso modo sotto tre libbre d’acciaio, pellegrino. Teniamo la strozzatura?» «Teniamo la porta.» Mentre il vecchio artigiano correva verso la bottega a serrare i mantici e Fiammetta ammassava ciottoli di torrente e vecchi coppi sui ballatoi sopra il passaggio, i due scesero verso l’ingresso del castello. Lì la via si serrava tra due costoni di trachite viva: un imbuto di pietra dove quattro uomini faticavano a marciare appaiati. I razziatori sbucarono dall’ultimo gomito della salita trafelati, coi giachi di bufalo indurito dalla pioggia, roncole inastate e volti segnati dalla boscaglia. Il primo della fila, un fante tozzo con una cicatrice bianca che gli spaccava il labbro, frenò il passo vedendo l’uscio presidiato da due soli corpi immobili. «Scostatevi dall’arco, pecorai!» gridò quello, levando una falce da fante. «Portate fuori il sale e le bestie, o stanotte vi caviamo dal tufo col fumo!» «La pietra di monte non piglia fuoco,» rispose Cecco, piantando i garretti nel brecciolino. «E il passo è chiuso.» L’uomo caricò a testa bassa con un colpo traversone, rabbioso. Cecco non arretrò d’un dito: calcolò la parabola per pura abitudine d’ordinanza, fece perno sul tallone e con la costa della lama deviò il colpo verso l’esterno; prima che l’altro potesse rimettersi in guardia, gli piantò il massiccio pomo d’ottone dell’elsa sul petto. Il razziatore rovinò a terra col respiro mozzato. Alle sue spalle, Teobaldo entrò nel varco come un maglio. Un brigante tentò d’infilzarlo con una picca corta, ma la mannaia calò a due mani con un arco secco, troncando l’asta di frassino di netto; sul ritorno della botta, il dorso dell’attrezzo colpì il secondo assalitore alla spalla con lo scricchiolio sordo d’una spalla slogata. Il macellaio non sprecava fiato né movenze: picchiava col ritmo metodico di chi spacca una costata sul tronco d’olmo, usando la mole delle spalle per soffocare ogni avanzata. La banda, stipata nell’angustia della gola, si pestò i piedi nel tentativo di fare massa. Ma fu proprio la strettoia a condannarli. Dalle finestre delle prime case, a strapiombo sul passaggio, Fiammetta diede il segnale. «Sotto!» Una scarica di sassi d’alveo e frammenti di tegole piovve a perpendicolo sugli uomini ammassati. Un masso pesante colse in pieno capo un balestriere che cercava spazio per armare la staffa; un altro cadde sui gomiti, accecato dal sangue della fronte spaccata. Nel disordine che ne seguì, dalla scaletta del vicolo sbucò il vecchio fabbro. Stringeva con due stracci bagnati i manici d’un paiolo di ferro, ricolmo delle scorie incandescenti e del carbone vivo cavati direttamente dalla forgia. Con un mugghio rauco d’anziano scaricò la brace ardente proprio sui talloni degli ultimi fanti della colonna. Il fumo denso di panno e strame bruciato invase la gola, coprendo le grida disperate di chi si trovava le calzature di cuoio divorate dal fuoco. Schiacciati tra il lancio dall’alto, le braci alle spalle e la guardia implacabile dei due giganti all’ingresso, i briganti persero ogni coesione. Voltare i tacchi fu un riflesso animale: mollarono picche e falcioni arrugginiti sul ghiaione, trascinandosi dietro i feriti e scivolando lungo i calanchi del bosco per non farsi tagliare a pezzi. Sulla porta di Montepinzutolo rimase solo l’odore acido delle stoppie bruciate e il fiatone roco dei difensori. Cecco guardò la lama: era lorda di fango e ruggine nemica. Prese uno straccio ruvido dalla scarsella, la pulì metodicamente da cima a fondo e la rinfoderò senza enfasi, sentendo addosso tutto il peso del ritorno. Teobaldo sputò a terra un grumo di polvere, asciugandosi il sudore sulla manica di lino. Si guardarono appena: un cenno di mascella, l’intesa silenziosa tra reduci che sanno che la vita, a volte, si decide nello spazio d’un braccio. Fiammetta scese la rampa di selciato a passi lunghi, senza isterismi, con le mani annerite dalla polvere dei coppi, e si fermò accanto a Teobaldo posandogli un palmo sulla spalla madida. Il vecchio fabbro si appoggiò all’arco di pietra, soffiando nella barba grigia, con gli occhi fissi su quel figlio che la guerra non era riuscita a divorare del tutto. A sera, la campana batté finalmente a distesa, allargando i suoi cerchi di bronzo fin verso le valli di Montelaterone. Nelle cantine di Montepinzutolo si sturarono le botti di vino aspro e si affettò il lardo: non per vanagloria d’eroi, ma per il sollievo amaro d’aver tenuto la propria casa per un altro giorno ancora.

Daniele Cerboni

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