Il dialogo con Maria Modesti durante la presentazione del suo libro “Sui passi di Mario Luzi”

FEDERICA

Il libro di Maria Modesti, Sui passi di Mario Luzi (Effigi, 2018) è un volume di ricordi, di memorie, di aneddoti. Un diario intimo, scritto con intensità e poesia, che ripercorre in modo inedito 17 anni di amicizia tra Mario Luzi e l’autrice, dal primo incontro, nel marzo 1988 a Firenze, fino alla morte di Luzi, avvenuta il 28 febbraio 2005, passando per i luoghi chiave dell’esistenza di Luzi: Siena, Firenze, Pienza e Samprugnano. Un testo prezioso, che aiuta a ricostruire sia il poeta e le caratteristiche della sua poesia, sia l’uomo nella sua quotidianità.
Luzi aveva scelto la solitudine ma era, al tempo stesso, profondamente partecipe delle vicende umane. Il libro della Modesti ci restituisce l’immagine non di un misantropo, bensì di un uomo che aveva saputo tessere una fitta rete di amicizie e di contatti con artisti, filosofi, poeti, critici letterari, che trovavano in lui, negli incontri sia di Firenze, nella sua casa di Bellariva, sia di Pienza (ospite di don Flori al Seminario e, dopo la morte di quest’ultimo, nell’appartamento messo a sua disposizione dalla curia) un interlocutore sempre pronto all’ascolto, alla condivisione e al confronto intellettuale e spirituale. La mitezza e l’umiltà erano qualità peculiari dell’animo luziano, i cui echi si riflettono in modo indelebile sulla sua poesia, in cui sono affrontati, con indicibile profondità e inarrivabile altezza, i grandi temi dell’esistenza umana: la natura, l’essere, il rapporto tra vita e morte.

1) La poesia di Luzi è animata, scrive Maria, da “un amore viscerale per la vita, in tutte le sue manifestazioni”, da una “visione panteistica”, da un “immergersi in quella che Luzi chiamava creaturalità che abbracciava ogni essere vivente, animale e vegetale, nella sua forza e insieme nella sua estrema fragilità. Quest’ultimo aspetto è sempre stato il suo oggetto di riflessione, non puramente teorica, bensì reale, incarnata nell’essere. […] una forma di religiosità insita nella natura che ci fa accettare la sofferenza e il dolore, il nostro destino umano e la morte”[1].

Qual è il messaggio della poesia di Luzi?

MARIA

Un messaggio di fede, di speranza nell’uomo, fiducia soprattutto nei giovani, nel futuro, con l’auspicio di un mondo di pace in una società “civile”, senza alcuna discriminazione. Ciò l’ha dimostrato concretamente con le sue prese di posizione e il suo impegno civile, cui non sono estranee la poesia, la prosa e l’opera teatrale. (Es. “La pietra oscura” contro il dogmatismo religioso; “Ipazia” contro l’oscurantismo e l’intolleranza; “ Hystrio” e “Rosales” contro ogni tipo di dittatura; “Il fiore del dolore” contro la mafia in memoria di Padre Giuseppe Puglisi…)

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2) L’essere consapevole della fragilità e della debolezza che caratterizza la condizione umana, rendeva Luzi un uomo semplice e presente di fronte alle vicissitudini dei suoi simili, demistificando l’immagine, che a volte gli è stata erroneamente attribuita, di un intellettuale altero e distaccato dagli altri. Afferma Maria Modesti: “Con empatia, infatti, si immedesimava nelle persone, nelle loro vicende quasi avesse un nervo scoperto che lo portava a sentire e percepire l’altro con l’intelligenza del cuore”[2]. “Questo atteggiamento di disponibilità verso gli altri e di partecipazione alle gioie e ai dolori della vita, era una caratteristica del suo carattere che aveva ereditato, senza alcun dubbio, dalla madre, […] che era per lui un costante punto di riferimento per i valori e i sentimenti, il coraggio, la pazienza e la pietà che aveva assimilato tramite il suo esempio” [3].

Com’era Mario Luzi?

MARIA

Una persona mite, schiva, semplice ed umile. Aperto e disponibile verso gli altri era sempre pronto ad aiutare chi aveva bisogno, senza mai farsene alcun vanto. Ed era anche divertente ed ironico con la battuta sempre pronta.

Uno spirito sostanzialmente libertario e rispettoso degli altri.

Molto parco anche nel mangiare, modesto nel vestire, con gli “abiti” di una vita: d’estate con il solito giacchetto e cappello beige, in autunno e primavera con il classico impermeabile beige, d’inverno con il cappotto blu scuro e il baschetto o con il giaccone di montone. Una sola vestitura blu scuro elegante per le grandi occasioni.

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3) L’atteggiamento esistenziale di Luzi era improntato alla sobrietà e alla “serenità di chi possiede una saggezza antica”[4], che il poeta ritrovava non nei potenti della Terra ma nella gente comune, in quelli che, agli occhi del mondo erano considerati gli ultimi, come quel personaggio mitico che era Mosè, il quale abitava in una caverna a Fibbianello.

MARIA

Mosè un personaggio che lo affascinava… In piazza, nei giorni di festa, dimostrava “in modo curioso e divertente l’esistenza di Dio: si calava il gran cappello nero sugli occhi, poi con un colpo di teatro se lo toglieva, dicendo: “ Ringrazio Dio per la luce, ché il buio so’ tutti capaci a crearlo!”[5].

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4) Maria scrive che Luzi aveva una visione e “una consapevolezza della vita intesa come un viaggio su questa terra, necessario ed inevitabile nella sua conclusione, una preparazione ad un altro viaggio, quello celeste, in un’eterna visione di luce e d’amore” [6]. La tematica della caducità dell’essere che attraversa tutta la poesia di Luzi, infatti, non si esaurisce in sé ma “vola alta”, fino a trovare il proprio compimento nel divino, in una visione cristiana di pietà e carità vissute nella quotidianità della propria esistenza.

Ora, l’immagine del viaggio – il viaggio terrestre con le sue ansie e tribolazioni, apertura e spiraglio verso il Viaggio celeste – è un tema cardine della poesia luziana. Il viaggio che Luzi compie a Semproniano negli anni Sessanta, dopo la morte dell’amatissima madre, avvenuta nel 1959, la sua “eterna Margherita”, assume connotazioni catartiche e metaforiche, di passaggio dalla terra al Cielo, nelle poesie della raccolta Dal fondo delle campagne (i cui versi, composti dal 1956 al 1960, furono pubblicati nel 1965 da Einaudi) e in altre poesie precedenti, tratte da La Barca (1935) in cui il borgo dei suoi avi diviene, col suo “alveare umano/petroso vegetale”, protagonista di alcune tra le sue più intense liriche.

LETTURA LA CORRIERA

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5) Luzi, durante la sua giovinezza, tornava in estate ogni anno a Samprugnano (come lui continuava a chiamarlo) per ritrovarsi insieme a “tutta la tribù” di parenti e amici[7]. Qui trascorse le estati che vanno dal 1915 al 1940 e afferma: “Nell’infanzia io avevo come termine di paragone il paese, Samprugnano”.

Che rapporto aveva Mario Luzi con Semproniano?

MARIA

Quello di una persona profondamente attaccata ai suoi paesaggi e ai suoi luoghi di origine, ai suoi parenti ed amici, alle persone umili e laboriose che incontrava in paese, oppressi dalle fatiche per il lavoro in una terra “avara e magra” che pure veniva coltivata palmo a palmo “come fosse un orto”.

Da qui la sua malinconia e la tristezza, quando vi era tornato, non trovando più le persone che avevano fatto parte dei suoi affetti e che, incontrandolo, si informavano di suo figlio Gianni o del babbo, a cui aveva sempre premura di portare il biscotto, il biscotto con il sale.

LETTURA PARCA VILLAGGIO

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6) In vari scritti e interviste Luzi non ha mai rinnegato la propria appartenenza a quella “antica comunità di agricoltori” di cui afferma di “non sentirsi affatto diverso”[8]. A proposito di Semproniano, nei confronti del quale si definirà “figlio della diaspora”, Luzi dice: “quella comunità era per me veramente il paradiso, toccare il paradiso”[9].

Cosa rappresentava Semproniano per Luzi?

MARIA

Era il paese natale dei suoi genitori: della madre Margherita e del padre Ciro, figlio di Giuseppe Luzi, il maestro, venuto da Montemaggiore (Marche) a Samprugnano all’indomani dell’Unità d’Italia.

Per lui rappresentava il paese magico dell’infanzia, dei suoi ricordi più cari, della festa e dell’estate, della compagnia con i suoi amici in corse “sfrenate” anche per i campi, a piedi scalzi tra le zolle, la cui materialità l’ha aiutato, mi ha detto una volta, a trovare la sua via, la sua “ispirazione”.

Poi aggiungeva che ad un tratto si metteva da una parte, in un “cantuccio”, lontano dal chiasso, sentendo fortemente l’urgenza, ossia la necessità, di scrivere qualche verso … Appartarsi significava non disdegnare i compagni , ma cogliere l’attimo “irrepetibile” per fissare sulla carta “qualcosa” che gli nasceva dentro e che richiedeva di palesarsi, di esprimersi con le parole.

Samprugnano, quindi, luogo del tempo e della memoria, importante per la sua formazione personale e per gli affetti familiari, era sempre presente nella sua immaginazione che veniva poi a tradursi nei versi, nelle parole a volte “arcaiche” , che usava, ripensando ai “suoi vecchi”, ai suoi “maggiori”, testimoni di un passato e di una sapienza antica, originaria.

E le parole per lui erano forma e sostanza insieme.

A tale proposito, durante l’intervista che il filosofo Massimo Cacciari fece a lui e al poeta Andrea Zanzotto (Biennale di Venezia, 20 giugno 2001), disse che ogni parola poetica era di per sé rivoluzionaria, sottolineandone il valore civile, per il fatto stesso di pronunciarla.

LETTURA DALLA TORRE

FEDERICA

7) Maria evoca un aneddoto che mi ha molto colpito: gli zuccherini e i biscotti col sale che Luzi amava e che Maria gli portava durante le sue visite, vere e proprie madeleines in grado di risuscitare ricordi di un tempo e di un mondo perduto.

MARIA

Erano i dolci, preparati per le feste, che gli ricordavano i giorni felici e spensierati della sua infanzia insieme alla “brigata” dei suoi amici.

Il passato spesso lo commoveva, lasciandogli gli occhi lucidi.

FEDERICA

8) Il viaggio alla ricerca delle proprie radici porta Luzi a ritrovare, nel paesaggio aspro e desolato della Maremma collinare, il paesaggio della propria infanzia, una terra magica, immersa in un tempo immobile e primordiale, scandito dal “mesto rituale della vita”, dalla memoria di un passato tramandato di generazione in generazione.

Forte è la presenza delle immagini legate a Samprugnano nella poesia luziana, che testimoniano l’intenso legame affettivo col paese; puoi illustrarci brevemente le più ricorrenti e i luoghi che le ispirarono?

MARIA

I vicoli del paese vecchio, con i saliscendi e i piccoli slarghi, la piazzoletta, Santa Croce, la Rocca Aldobrandesca; il panorama dall’alto nello spiazzo sopra la Rocca (Roccalbegna, i crestoni dell’Albegna, a nord le Macchie, il monte Labbro, l’Amiata, le Bagnore, Santa Fiora… a sud le colline e la Maremma, la pianura verso il mare…); il Corso Italia; la casa della madre e la farmacia dello zio Venanzio con sul retro un piccolo giardino; il fabbricato con la bottega delle stoffe, di fronte al Comune, degli zii Redo Papini ed Eletta Luzi, fino al 1935 abitato anche dal nonno Giuseppe e la viuzza dietro su cui si affacciava la sua camera, dinanzi ad una collinetta con le querce; la strada che porta agli “Scovaventi”, dove nelle sere d’estate si recava con gli amici e i cugini a vedere la luna, che chiamava, appunto, per la sua bellezza ed incanto, “la luna degli Scovaventi”; il Fontanile Mediceo, la strada per le Rocchette, la fonte dell’Acero, le Rocchette di Fazio, da cui il suo sguardo si allargava verso Pian di Palma, la Marsiliana e il mare; Fibbianello e l’Olivone.

LETTURA SCUSE AL PARROCO DI SAMPRUGNANO

FEDERICA

9) A partire dagli anni Sessanta, Luzi non tornerà più a Semproniano, se si eccettua il giorno in cui gli fu conferita la cittadinanza onoraria. Qual è il motivo di quest’assenza, che molti sempronianini non gli hanno perdonato?

MARIA

Per lui era molto doloroso tornare a Samprugnano da quando i suoi cari ed amici di un tempo non c’erano più.

Era una profonda ed indicibile sofferenza.

Non fu un caso che il giorno della sua “Cittadinanza onoraria”, il 14 agosto del 1989, poté sottrarsi, anche se per poco, alla folla della piazza, dopo la Cerimonia in Comune, la Messa alla Pieve e l’esibizione della Banda Musicale, facendosi accompagnare da Pietro Luzi in macchina al cimitero per “salutare” i suoi morti e poi in visita al ricovero, dove si trovava un suo amico che era un vecchio autista degli autobus (non ricordo se del Morellino o della Rama).

Tornò abbastanza presto in piazza, tuttavia questo episodio suscitò in qualcuno un po’ di perplessità, in quanto non si capacitava dell’improvvisa “sparizione”, ritenendola poco opportuna.

Ma lui non avrebbe potuto partecipare pienamente alla festa, che proseguì con la cena alla Costarella e poi con il concerto in Piazzoletta, se non fosse andato prima a far visita ai suoi morti e all’unico amico di giovinezza, infermo all’ospizio.A parte questo doveroso riconoscimento, non credo che i samprugnanini abbiano mai avuto consapevolezza del suo valore di uomo e di poeta, forse condizionati da una certa mentalità e diffidenza, fatta qualche eccezione per alcuni come don Ippolito Corridori, con il quale rimase sempre in buoni rapporti. In fondo, anche se in senso traslato, vale per Luzi il detto “ Nemo profeta in patria est”.

Niente altezzosità o snobismo, niente di tutto questo, accuse che mi paiono ridicole.

Che significa non averlo perdonato da parte dei samprugnanini? Mi pare proprio un modo sbagliato di ragionare. Non averlo perdonato, secondo me, è indice di mancanza di comprensione per l’uomo emotivamente fragile, in quanto poeta “ con una sensibilità a fior di pelle”, il quale, ritrovandosi nei luoghi della sua infanzia, adolescenza e giovinezza, si sentiva “spaesato”, perché “superstite”. Un senso di sconforto ed amarezza questo era ciò che provava, questo il motivo della sua “assenza” dai primi anni Sessanta. Inoltre i suoi impegni sia in Italia che all’estero gli lasciavano poco tempo libero, oltre all’insegnamento universitario.

Del resto le sue vacanze dalla metà degli anni Settanta le trascorreva in un luogo appartato, al Seminario di Pienza, dove poter scrivere e ritemperare le sue forze, confrontandosi con don Flori e con gli amici che nel tardo pomeriggio andavano a trovarlo.

Con questo ripeto semplicemente ciò che mi diceva. Non mancava una volta (ed io andavo spesso a Firenze) che non mi chiedesse del paese, delle novità. Sono stata anche testimone della lettera che lui scrisse, per mio tramite, al dott. Greco, che era Provveditore agli Studi di Grosseto, per non far chiudere la scuola media a Semproniano. Penso che una copia sia anche agli atti dell’Amministrazione comunale di allora. Di certo l’originale è in Provveditorato od in possesso del dott. Greco.

Ma questo i “samprugnanini l’hanno mai saputo?” O se lo sono completamente dimenticato?

E dell’Olivone “incendiato”, poi, cosa dire? Non si adoperò forse in qualche modo per “farlo rinascere” e “ripiantare” dei polloni, coinvolgendo anche l’avv. Alberto Caramella della Fondazione Il Fiore di Firenze, presso cui lavorava Nada Fabrizi di Samprugnano, ed accogliendo in visita nella sua casa gli studenti della scuola media e del sindaco, Gianni Bellini, dando visibilità all’evento, perché fosse da tutti conosciuto e denunciato un tale “ atto criminoso”?

Ma forse per i samprugnanini questo non era sufficiente.

Come del resto, se continuano con questa lamentela, non ritengono importante che Luzi abbia dedicato delle poesie bellissime a Samprugnano ( oltre a quelle de “La Barca” , “Dal fondo delle campagne”, “Parca villaggio” , “A mia madre dalla sua casa” “Villaggio” “Casa per casa” ecc. fino all’ultima inviata a don Ippolito Corridori, “Scuse al Parroco di Samprugnano”), poesie dedicate a questi paesaggi, a questi “luoghi dell’anima”, alle sue radici sempre presenti in lui quasi fossero corpo e sangue delle sue parole, dei suoi versi.

[1] M. Modesti, Sui passi di Mario Luzi, Effigi, 2014, p. 14.

[2] Ivi, p. 33.

[3] Ibidem.

[4] Ivi, p. 10.

[5] Ivi, p. 28.

[6] Ivi, p. 16.

[7] Ivi, p. 28.

[8] M. Luzi, Discretamente personale, da: Naturalezza del poeta, Garzanti, Milano 1995, p. 114, cit. in M. Modesti, Mario Luzi e la sua terra d’origine, “Città di vita”, febb. 2014, p. 86.

[9] D. Luce, Bentrovati tutti. Interviste a scrittori e giornalisti famosi, Garzanti Vallardi, Milano, 1981, p. 169.

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