
C’è un tesoro che riemerge dagli archivi, un frammento prezioso della memoria culturale italiana che torna a parlarci con una voce tanto sapiente quanto appassionata. È la raccolta di scritti di Roberto Ferretti, Sette anni di tradizioni, riti, eventi collettivi su La Nazione, un’opera curata da Paolo Nardini per l’editore Effigi. Questo volume non è una semplice antologia di articoli; è la restituzione organica di un progetto intellettuale e civile, un atto d’amore e un’operazione di salvataggio culturale. Attraverso queste pagine, riemerge il lavoro di un intellettuale, giornalista e demologo che ha dedicato la sua breve ma intensa vita a raccontare l’anima antica della Maremma. Scomparso tragicamente nel 1984, Ferretti rivive in questi scritti, offrendo uno strumento critico fondamentale per comprendere un territorio in un’epoca di transizione cruciale.
Per comprendere il valore di questa raccolta, è essenziale calarsi nel contesto in cui Ferretti operava. Tra il 1977 e il 1984, gli anni in cui gli oltre 180 articoli furono pubblicati su “La Nazione “di Grosseto, la Maremma viveva una profonda trasformazione. Il mondo contadino, con il suo universo di saperi millenari, si stava sgretolando sotto i colpi dell’urbanizzazione e di un “turismo vorace e superficiale”. Ferretti si posizionò esattamente su questo spartiacque.
Come evidenziato dai saggi introduttivi che arricchiscono il volume, la sua non era la fredda documentazione di un ricercatore esterno. Era un “indigeno”, un uomo che quel territorio lo conosceva e lo “amava perdutamente”. La sua missione era chiara: combattere l’omologazione mediatica ed etica, criticare il “mondo dei consumi, della concorrenza, degli affari e dell’egoismo” e condividere con i lettori la ricchezza di quei “mondi paesani” che rischiavano di scomparire. Ha trasformato la cronaca locale in un’occasione di alta divulgazione e di riflessione critica sulla modernità.
La scrittura di Ferretti, sintetica per necessità giornalistica ma incredibilmente densa, guida il lettore in un’esplorazione etnografica della Maremma.
Temi ed aspetti sono analizzati con cura e tornano in più contesti, con stretti legami sociali, culturali, etici.
Ferretti è stato un maestro nel decifrare il linguaggio dei riti. Nel Carnevale di Porto Santo Stefano non vede solo maschere, ma un “disordine legalizzato”, una “eversione rituale della norma” necessaria a una comunità di marinai silenziosi e “fortemente repressiva” per scaricare le tensioni accumulate.
Nella Befana di Pitigliano o nel Maggio contadino, documenta la loro funzione di questua e augurio, ma ne coglie anche i “segni di degradazione”, come le buste di plastica al posto del sacco tradizionale o l’ibridazione con “canzoni alla moda e lisci romagnoli”.
Le leggende sono il suo terreno d’elezione, considerate emblemi di una “coscienza di luogo”. Non si limita a trascriverle, ma le trasforma in racconti pieni di “garbo e poesia”.
La storia della Sirena di Cala di Forno viene abilmente collegata alla presenza, storicamente attestata, di una colonia di foche monache. La vicenda della “Sultanina” di Talamone (o Bella Marsilia) diventa un’occasione per riflettere sul rapporto traumatico della Maremma con il mare. Una storia d’amore tra un uomo di Pistoia e una donna di Scansano incarna il detto sulla nascita dell’identità grossetana.
La sua non è mai una visione romanticamente passatista. Ferretti è consapevole dei cambiamenti irreversibili, osserva l’ibridazione tra cultura tradizionale e di massa (come le maschere di Zorro a carnevale) e critica la cristallizzazione delle tradizioni a uso e consumo del turismo, come lo stereotipo del buttero. Il suo lavoro è un invito costante a un “saggio sfruttamento turistico del nostro patrimonio” basato su conoscenza e rispetto.
Un pregio immenso del volume è la corposa sezione di saggi introduttivi, vere e proprie “cornici ermeneutiche” che offrono al lettore una cassetta degli attrezzi per decifrare l’opera.
Pietro Clemente analizza le fonti teoriche di Ferretti, da Ernesto de Martino a James Frazer, e la sua abilità nel trasformare frammenti di tradizione orale in narrazioni poetiche.
Fabio Dei inquadra Ferretti nel clima politico del post-Sessantotto, dove la cultura popolare era vista come strumento di “impegno politico” e resistenza al consumismo. Sottolinea come Ferretti non vedesse un “patrimonio” da musealizzare, ma un “ethos” vivente, come dimostra la sua analisi sul restauro del Crocifisso di Paganico.
Fabio Mugnaini, con un’originale analisi quali-quantitativa, svela la strategia comunicativa di Ferretti. Analizzando la frequenza delle parole (“festa”, “tradizione”, “paese”) e la loro collocazione temporale, scopre che Ferretti scriveva spesso degli eventi
dopo il loro svolgimento, privilegiando la riflessione culturale per costruire una “memoria critica” di lungo periodo, piuttosto che una funzione promozionale.
Paolo Nardini, il curatore, illumina la straordinaria capacità di Ferretti di usare registri di scrittura diversi per il saggio accademico e per l’articolo di giornale, dimostrando piena consapevolezza dei due mezzi.
Completano il quadro i contributi di Paolo De Simonis, sul rapporto tra giornalismo e antropologia, e Nevia Grazzini, che offre una testimonianza preziosa sul suo meticoloso metodo di ricerca sul campo.
Sette anni di tradizioni è un’opera di sorprendente attualità e di eccezionale valore.
Dal punto di vista scientifico, è una fonte etnografica di primaria importanza, un archivio insostituibile di un mondo in via di estinzione.
Sul piano metodologico, rappresenta un modello esemplare di giornalismo etno-antropologico, una lezione su come si possa scrivere di cultura in modo accessibile senza essere superficiali, unendo rigore scientifico e passione civile.
Infine, il volume restituisce la figura di Roberto Ferretti come intellettuale pubblico, un operatore culturale che, anche attraverso la creazione dell’Archivio delle tradizioni popolari della Maremma, ha fatto della ricerca uno strumento di intervento sociale.
Quest’opera non è solo il recupero di una memoria. È un testo vivo che interroga il nostro presente sul significato di patrimonio e identità. È un invito a rallentare, a guardare con occhi nuovi i luoghi che abitiamo, e a rimettersi in ascolto, con la stessa profondità, intelligenza e amore con cui seppe farlo Roberto Ferretti.
Simone Fagioli